Lo ha detto Marco Bussone, Presidente Uncem e PEFC, a Malborghetto-Valbruna, aprendo il Foresta Tour promosso da da PEFC Italia, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Uncem nazionale e Uncem Friuli Venezia Giulia, Cluster Friuli Venezia Giulia – Legno Arredo Casa, Legno Servizi – Cluster Forestale del FVG e Università di Udine.
Il Friuli-Venezia Giulia offre un caso particolarmente interessante per capire quanto il patrimonio forestale sia legato alla struttura economica e sociale dei territori. Il primo dato è quasi una fotografia geografica della Regione: la superficie forestale media indicata dal dataset passa dal 71,4% nei Comuni totalmente montani al 36,6% nei parzialmente montani, fino ad appena 8,4% nei non montani. Ma insieme al bosco cambiano quasi tutti gli altri indicatori, densità, età della popolazione, occupazione, reddito, patrimonio abitativo, turismo.
Il quadro territoriale più ampio conferma la pressione demografica sulla montagna regionale. Le nove “unità territoriali” individuate dal Rapporto Uncem – che intreccia anche i dati del Rapporto PEFC “Foreste in Comune”, lanciato a maggio 2026 – in Friuli-Venezia Giulia raccolgono 124.944 residenti: gli over 65 sono il 30,2%, i giovani 0-14 appena il 9,8% e tra 2021 e 2026 la popolazione diminuisce dell’1,7%. Il saldo migratorio 2024-2025 è comunque positivo, +1.146 persone, con un tasso migratorio del 6,4: un segnale importante perché indica che la dinamica migratoria riesce almeno in parte a compensare una struttura demografica debole.
Qualche numero. Il salto più impressionante riguarda la densità. Il Comune totalmente montano medio ha circa 52 abitanti/km²; quello parzialmente montano 415. La densità della montagna integrale è quasi otto volte più bassa. Questo dato è fondamentale perché significa minori masse critiche per commercio, servizi, trasporti, scuola e impresa.
La seconda frattura è generazionale. Nei totalmente montani gli over 65 rappresentano mediamente il 32,8% della popolazione, cinque punti in più rispetto ai non montani (27,5%). Ma l’indice di vecchiaia rende la distanza ancora più evidente: 434 anziani ogni 100 giovani nei totalmente montani contro 262 nei non montani. È un divario di oltre il 65%.
Più bosco, meno reddito? La relazione esiste, ma va letta bene. Anche sul piano economico compare un differenziale. Il reddito imponibile pro capite medio passa da 19.181 euro nei totalmente montani a 21.480 nei parzialmente montani e 21.559 nei non montani. Tra i due estremi ci sono circa 2.378 euro per abitante, pari a oltre l’11%.
Il tasso di occupazione segue la stessa geografia: 44,9% nella montagna totale, 47,7% nella montagna parziale, 49,2% nei Comuni non montani. La distanza tra montagna totale e non montagna è quindi di circa 4,4 punti percentuali. Molto meno marcata, invece, è la differenza nella disoccupazione: 6,35%, 6,38% e 6,14%. È una curiosità importante. Il problema della montagna non sembra emergere soltanto come “più disoccupazione”. È soprattutto minore partecipazione occupazionale, struttura demografica più anziana e minore densità economica e sociale. In altre parole, un territorio può avere pochi disoccupati anche perché ha meno popolazione in età lavorativa.
E qui entra il bosco. All’interno degli 82 Comuni totalmente montani, la correlazione tra percentuale forestale e densità è circa −0,47; quella con l’occupazione è circa −0,50. Viceversa, la correlazione tra boscosità e quota di over 65 raggiunge circa +0,52, e quella con le abitazioni non occupate circa +0,36. Non significa affatto che il bosco provochi spopolamento, invecchiamento o minore occupazione. La causalità sarebbe una conclusione statisticamente scorretta. Il dato racconta invece una geografia precisa: le maggiori concentrazioni forestali coincidono spesso con i territori più periferici e rarefatti della regione. Ed è qui che emerge la vera questione economica: il FVG dispone nei territori più fragili di una quantità enorme di capitale naturale, ma questo capitale non si traduce automaticamente in reddito, occupazione e popolazione.
Il caso più impressionante è Drenchia: 96,8% di superficie forestale, appena 88 residenti, occupazione al 32,6%, reddito imponibile pro capite di soli 13.093 euro e indice di fragilità pari a 10. Subito dopo vengono Grimacco, con 96,6% di boschi, 299 abitanti, occupazione al 37,5% e reddito di 15.462 euro; Pulfero, 93,2% di boschi, 832 residenti, occupazione 40,5% e reddito 16.590 euro; Stregna, con 92,8% di boschi, 289 residenti, occupazione appena 34% e reddito 15.754 euro.
Ci sono infatti Comuni che dimostrano che molto bosco e sviluppo possono convivere. Tarvisio ha l’82,4% di superficie forestale, ma 3.850 abitanti, un tasso di occupazione del 47,9%, reddito imponibile di 20.980 euro e soprattutto 223.916 presenze turistiche. Malborghetto-Valbruna ha il 78,6% di boschi, occupazione al 51,8%, reddito di 21.806 euro e 33.848 presenze turistiche. Tolmezzo, con il 73,2% di boschi, presenta caratteristiche ancora differenti: 9.638 abitanti, 149 abitanti/km², occupazione al 49,9% e reddito imponibile di 22.810 euro. È il caso del bosco inserito in un centro montano capace di svolgere funzioni urbane e di servizio.
Sono tre modelli differenti: turismo e posizione transfrontaliera; turismo e capitale ambientale; centro di servizi della montagna. E tutti mostrano che la quantità di foresta, da sola, non determina il destino economico di un Comune.
I 21 Comuni parzialmente montani costituiscono forse il gruppo più interessante. Hanno mediamente il 36,6% di superficie forestale, cioè quasi la metà rispetto ai totalmente montani, ma una densità di 415 abitanti/km², reddito di 21.480 euro e occupazione del 47,7%. In questo gruppo convivono realtà molto diverse: Nimis arriva al 78,7% di boschi, Faedis al 73,7%, Tarcento al 66,6%, Gemona del Friuli al 58,1%. Tarcento, pur avendo due terzi del territorio coperto da boschi, raggiunge un reddito imponibile di 23.759 euro e un’occupazione del 48%; Gemona, con il 58,1% di boschi, registra il 47,9% di occupazione e 21.825 euro di reddito.
La montagna parziale sembra quindi funzionare in molti casi come cerniera tra capitale naturale e sistemi urbani, beneficiando di maggiore accessibilità e densità senza perdere completamente la componente forestale. Una curiosità lo dimostra bene: la percentuale media di abitazioni non occupate crolla dal 47,2% dei totalmente montani al 18,6% dei parzialmente montani. Quasi 29 punti percentuali di differenza. Questo indicatore racconta molto più di un semplice dato immobiliare. Case vuote significano spesso popolazione persa, seconde case, patrimonio sottoutilizzato e minore domanda stabile di servizi. La distanza tra montagna totale e montagna parziale è quindi anche una distanza nella continuità dell’abitare.
Nei 112 Comuni classificati non montani la superficie forestale media scende all’8,4%, mentre l’occupazione sale al 49,2%, il reddito raggiunge 21.559 euro, gli over 65 scendono al 27,5% e l’indice di fragilità medio passa a 4,14. Ma anche questa categoria contiene eccezioni interessanti. Il dataset storico, ad esempio, colloca Treppo Ligosullo tra i non montani pur registrando una superficie forestale dell’84,6%, e Sappada con il 54,1%. È un ottimo promemoria metodologico: classificazione amministrativa della montagna e morfologia effettiva del territorio non sono la stessa cosa. È anche la ragione per cui, nell’interpretazione del Rapporto, percentuale forestale, altitudine, accessibilità, densità e indicatori socioeconomici devono essere letti insieme. Il turismo non nasce automaticamente dal bosco
Un’altra relazione sorprendente riguarda le presenze turistiche. Nei totalmente montani la media comunale è circa 14.653 presenze annue, contro 101.841 nei parzialmente montani e 60.614 nei non montani. Ma la media è molto influenzata dalla dimensione e da alcuni poli turistici, quindi conta soprattutto osservare i singoli casi.
Drenchia, Montenars, Stregna e Taipana, tutti con percentuali forestali molto elevate, registrano nel dataset zero presenze turistiche. All’opposto Tarvisio, con oltre l’80% di boschi, supera le 223 mila.
“Il messaggio è molto netto: il bosco non è di per sé un prodotto turistico. Diventa economia quando esistono accessibilità, ricettività, servizi, sentieri e infrastrutture, prodotti turistici, capacità imprenditoriale e una destinazione riconoscibile. Il vero indicatore da costruire: quanto valore resta dove c’è il bosco”, spiega Bussone
Il dato più importante dell’intera elaborazione potrebbe allora essere espresso con una domanda: quanto valore economico produce e soprattutto quanto valore trattiene un territorio per ogni punto percentuale di superficie forestale? Il Friuli-Venezia Giulia mostra infatti un paradosso territoriale molto chiaro. Passando dai Comuni non montani ai totalmente montani, la superficie forestale media cresce da 8,4% a 71,4%, cioè di circa 63 punti, mentre il reddito medio comunale diminuisce di circa 2.400 euro pro capite, l’occupazione di 4,4 punti, l’indice di vecchiaia cresce da 262 a 434 e le abitazioni non occupate da 18,7% a 47,2%.
La conclusione interessante non è dunque “più bosco uguale più fragilità”. Sarebbe una lettura semplicistica e sbagliata. La conclusione Uncem è quasi opposta: una parte considerevole della ricchezza naturale regionale è localizzata proprio dove è più difficile trasformarla in ricchezza economica e sociale locale.
Il patrimonio forestale può produrre legname, energia termica rinnovabile, materiali per l’edilizia, protezione idrogeologica, stoccaggio del carbonio, qualità paesaggistica, biodiversità, acqua, turismo e benessere collettivo. Ma i numeri del Friuli-Venezia Giulia suggeriscono che la disponibilità della risorsa e la capacità del territorio di catturarne il valore sono due fenomeni diversi. Ed è forse questa la chiave più forte che emerge dai dati: la politica forestale non può essere separata dalla politica territoriale. Nei Comuni totalmente montani il bosco non è soltanto una componente ambientale: occupa mediamente oltre sette decimi del territorio. Diventa quindi inevitabilmente una questione di sviluppo locale, fiscalità, impresa, servizi ecosistemici, gestione associata, filiere bosco-legno-energia, edilizia in legno, turismo, formazione professionale e permanenza della popolazione.
La sfida per il Friuli-Venezia Giulia non è avere più boschi. I boschi ci sono già. La sfida è fare in modo che una quota maggiore del valore generato da quel capitale naturale rimanga nei Comuni e nelle comunità che lo gestiscono e lo custodiscono. Ed è proprio il confronto tra Drenchia, Tarvisio, Tolmezzo, Gemona, Tarcento e i Comuni della pianura a dimostrare che il futuro non dipende dalla quantità di bosco in sé, ma dalla qualità delle connessioni economiche, istituzionali e sociali costruite intorno a esso.