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Negli ultimi mesi e anni, i borghi italiani – gli italian villages – hanno riconquistato le pagine dei grandi giornali esteri. Borghi destinazione turistica per l’estate, borghi abbandonati dove comprare una casa, ghost town dove acquistare un immobile da recuperare al prezzo di un piccolo box in centro a Milano o Londra. Ricordiamo come Uncem che quando i borghi erano andati, anni fa, sui giornali inglesi, americani, brasiliani, che fanno milionate di fan sui social, avevamo guardato al fenomeno della vendita on line del borgo intero e alla messa a disposizione di case a 1 euro in diversi Comuni italiani. Avevamo aperto un grande fronte. Nessuno nel 2015 lo aveva fatto con quella determinazione.

È piuttosto interessante guardare alla crescita esponenziale di attenzione per i territori. La provincia italiana, la “città diffusa”, il fenomeno che alcuni auspicherebbero di “città che adotta i borghi”. Quelli abbandonati o semiabbandonati, come se realmente esistessero, facendo un po’ di retorica. Quando la curva della comunicazione e dell’attenzione sale, quell’argomento subisce modificazioni, eccessi, stress. I borghi sono sotto i riflettori. Più chiaramente, Uncem può dire che i piccoli Comuni e i territori montani sono sotto i riflettori. Mai come oggi. Basti pensare che per arrivare alla legge sui piccoli Comuni ci sono voluti 15 anni. Fino al 2017. In quella fase è cresciuta una attenzione fortissima sul tema. Ne parlano tutti.

Da oggi pomeriggio a venerdi 18 settembre, i borghi italiani faranno i loro Stati generali a Cinecittà. E già è emblematico il luogo scelto dal Ministero della Cultura. Andiamo oltre il fatto che sia giusto, secondo Uncem, un evento del genere si faccia a Roma. Significativo scegliere il grande parco del cinema, mitico. Ma, primo punto, il luogo è già il messaggio stesso dell’evento. E varrebbe la pena di rifletterci sulle connessioni Città-borghi, aree metropolitane-piccoli Comuni. Lo si farà? Sarà reciproco questo legame? Roma si farà qualche domanda o solo i Sindaci dei Comuni proveranno a porla e a porsela?

Oggi di fatto il MIC guidato dal Ministro Giuli, con altri Ministri, Governo, Parlamentari, Associazioni, Enti locali, chiude il bando borghi del PNRR. Uncem non è mai stata tenera con quel miliardo di quella Componente del Piano (sommato ai 160milioni della legge 158/2017, ancora non spesi). Siamo stati duri e anche arrabbiati. Non certo contro i Sindaci beneficiari, tutti impegnatissimi a spendere bene quei 20 milioni a borgo, uno per Regione – avevamo chiesto di non farlo, ma si è andati avanti così – e sulla linea B e sulla linea C. Non abbiamo apprezzato, stimato, voluto quelle tra linee della Componente, con i bandi “tutti contro tutti” e con una verticalizzazione sui borghi che ha dimenticato totalmente la legge 158/2017 sui piccoli Comuni, che voleva, articolo 13, che le politiche dei piccoli Comuni venissero fatte insieme. Molto difficile in un Paese che da trent’anni non riorganizza i suoi Comuni, funzioni e fiscalità, e dice che tutti possono fare tutto. La “borghizzazione” è stata denunciata più volte anche nel libro per Donzelli Editore, “Contro i borghi”. Ma non è un problema (vero) se li chiamiamo borghi, paesi, piccoli Comuni. La vicenda semantica chiede ragionamento maggiore e migliore. Buoni spunti per gli Stati generali dei borghi di Cinecittà, da oggi.

I borghi sono da vivere. Non da mettere sotto campane di vetro, non da proteggere in tutto per qualcuno, possono anche essere esteticamente imperfetti, con comunità che non sono coese, che dialogano, si scontrano, rompono equilibri e li rimontano. I borghi non sono solo turismo. Non ci salva il turismo.
Paesi da vivere. Prima di tutto. Questa è la nostra priorità. Si al turismo, si alla protezione, ai bandi, ma…
Con quei bandi, quelle risorse economiche, abbiamo cambiato o meno la qualità della vita di chi ci vive da sempre? Abbiamo dato risposte a chi vuole viverci? Abbiamo modificato e migliorato i servizi?

Ma andiamo con ordine.

Turismo, prima di tutto. Urge una riflessione. In testa ai trend topic, non solo social, di queste ultime settimane, c’è il turismo. Verso i borghi e i territori, ovviamente. Tutti i giornali dedicano grande spazio alle “montagne prese d’assalto”, alle opportunità di nuovi flussi. Vale, quel che ha detto un po’ di tempo fa Ermanno Bressy: in montagna tra giugno e settembre, ci andrà chi ama la montagna, mentre a chi non piace, beh, diciamo che andrà altrove. Vero. Una crescita di numeri, arrivi e presenze, è comunque facile da prevedere. Occorre però precisare che quando si parla di “destinazione borghi”, paesi, non si parla certo solo di montagne. Con le reti Borghi più belli, Bandiere Arancioni, Borghi Autentici, TCI, si provano oggi a delineare scenari e soluzioni con il MIC e MITUR per un turismo che porti flussi nei borghi senza “invasione” e con adeguati standard di servizi. È importante. Anche per focalizzare alcune cose, sule quali lavorare:

  1. Le aree montane, i paesi, i borghi, hanno un limite di flusso di turisti che va riconosciuto e individuato, anche alla luce delle norme che verranno in merito a sicurezza di strutture turistico-ricettive e spazi pubblici. Anche sentieri, pianori, spazi aperti hanno un “numero limite”, non chiuso, di persone che li possono percorrere. Sbagliato però parlare di overtourism. Non sbagliamo traiettoria.
  2. Chi vuole scegliere la montagna per le proprie vacanze estive e invernali ha ben chiaro cosa vuole e l’offerta sui territori non sempre è articolata e adeguata. Dobbiamo lavorarci per migliorarla. Investire sul miglioramento delle strutture ricettive. Urgente.
  3. Uncem sottolinea il punto 10 del Decalogo Uncem prodotto per chi va in montagna. È fondamentale sempre: Non si passa oltre le comunità. Il borgo, il paese, ha urgenza di un bar, di un negozio: occorre valorizzarlo, sceglierlo. Non deve farlo solo la “politica”, le istituzioni, qualcun altro. Lo dobiamo fare ogni giorno con il “Compra in valle la montagna vivrà”.
  4. La “competizione” tra territori, tra borghi, è alta. Chi è organizzato in modo migliore, può avere flussi migliori. Sulla qualità dobbiamo intervenire. E occorre evitare che ogni Comune alpino e appenninico, ogni “borgo” – 5000 campanili – faccia il “municipalista” e cioè pensi di bastare a se stesso. Atavico problema dei territori, un po’ superato negli ultimi anni. Occorre lavorare insieme, a dimensione di valle, di territorio, di ambito ottimale. Nessuno si salva da solo anche su questo. Nessuno può lavorare da solo ignorando quello che fa il vicino e l’altro comune (inteso non solo come Ente e struttura amministrativa) sta facendo nel fondo valle. Mica è semplice. Ma chi lo sa fare, è vincente.
  5.  Occorre – non solo oggi – individuare i target. A chi ci si rivolge con la propria offerta e con la propria capacità di essere territorio. Chi siamo e per chi.
  6. Per fare un lavoro di questo tipo e su altri parametri, non basta individuare il primo consulente “che si propone”. Occorre un lavoro scientifico che i Comuni, le Comunità montane, le Unioni montane di Comuni molto spesso hanno già realizzato (gli studi e le analisi, le fotografie dello stato dell’arte, non mancano!) o che comunque possono costruire d’intesa con Regione, DMO territoriali, ATL, Associazioni di categoria.

Eppure c’è un secondo grande scenario che richiede pensiero e azione. I borghi, i nostri territori, pezzi di Alpi e di Appennino non sono solo luogo dove passare qualche settimana o giorno nell’estate e nell’inverno. I nostri borghi sono spazio dove abitare, vivere e fare impresa. Definire perché, come, quando e per chi, è il nodo. Sono i nodi da sciogliere.

Con tre questioni alla base dell’analisi:

  1. Non parliamo di borghi e paesi vuoti, spopolati, abbandonati, perché non siamo abbandonologi. Questo è un mestiere che lasciamo ad altri. I borghi abbandonati sono spesso abbandonati (Craco, per dirne uno) per motivi fisici, orografici, come altissimo rischio sismico, dissesto idrogeologico, altro di questo genere. I borghi delle aree montane alpine e appenniniche (oltre 4500 Comuni italiani, o pezzi di Comuni, frazioni, borgate, case insieme) sono oggetto di flussi migratori interessanti, che presenteremo come Uncem nel dettaglio nel Rapporto Montagne Italia 2026. Parlare di abbandono è in qualche modo improprio. Anche parlare di spopolamento, ancor di più di internità (sempre che non consideriamo Roma o Cinecittà centro, insieme ai centri urbani). Torniamo alle geografie, alle analisi, ai numeri.
  2. Da decenni, da sempre, Uncem e altre Associazioni, altre Reti e Professionisti, si occupano di questi temi, di borghi e di territorio, di neopopolamento (con Symbola, Legambiente, e tanti altri), di scelte di ritorno. Faccio altri nomi e cognomi di chi ci lavora da sempre, da quando è nato: Istituto di Architettura Montana, Fondazione Montagne Italia, Caire, Confcooperative con la Cooperative di Comunità, PEFC, FSC, AIEL, molte Datoriali con i nuovi spin off nati per operare con fiducia sui territori. Penso a Confindustria per la Montagna, ad esempio. Ma questo, tutto questo “storico impegno”, non esclude che ci debbano incrociare Architetti, pianificatori, Sociologi, Dottori Forestali, Ingegneri, Giornalisti, Scienziati di fama internazionale che iniziano ad approcciarsi al tema. Tutto questo non esclude che in passato si siano fatti, da parte degli storici militanti, errori e l’impegno vada rilanciato. Tutto questo non esclude che valga la pena di lavorare insieme aprendo nuovi percorsi.
  3. Vietato parlare di adozioni e di Montagne o borghi adottate da aree urbane o città. Nessuno prende in braccio nessuno. Nessuno guarda dall’alto. Forse potrebbe farlo la montagna, i borghi, noi, ma dall’alto no. Non serve. E di errori, ne abbiamo fatti tutti, spesso cadendo dall’alto. Ma questa è un’altra storia e non voglio fare analisi affrettate e inopportune qui.

Abitare, lavorare, innovare. Con Luca Mercalli abbiamo come Uncem più volte fatto una interessante analisi (partendo dai cambiamenti climatici, che spingeranno in alto le temperature e più in alto chi oggi vive nel catino della pianura padana o in altri territori che diventeranno meno accoglienti, più aridi), che non è nuova per lo stesso meteorologo, ovvero per Antonio De Rossi, Giampiero Lupatelli, Giovanni Teneggi, Luca Lo Bianco, Fabio Piacenti, Antonio Brunori, Fabio Renzi. Cosa vado a fare lì, perché, con quale scelta di vita, con quali servizi da trovare. Uncem ogni settimana, da anni, riceve almeno cinque telefonate o mail di chi dice “vorrei trasferirmi in un comune montano, cosa devo fare?“. Molte persone cercano contributi, supporti economici, sostegni (dai Mip ai Gal da attivare).

Vogliamo evidenziare che:

  1. Il cambio di vita, per chi vuole trasferirsi in un borgo va misurato bene, pensato. È ovvio. È un cambio di vita. Chi vive da sempre in una città, anche media, ha certe abitudini difficili da cambiare. È evidente. E le aree montane, tanti borghi nei territori alpini e appenninici, non sono semplici da vivere anche per i più stufi e annoiati dalla vita in città. Vietati retorica e semplici analisi. Occorre definire – coppie o singoli – un processo preciso. Sapere cosa si perde e cosa si può trovare.
  2. Il progetto di vita ha tre componenti: casa, servizi, lavoro. Li vediamo di seguito.
  3. Sulla casa, di per sè, siamo nella dimensione più semplice da affrontare. Primo stadio, non banale ma neanche impossibile. I Comuni hanno moltissimi “vuoti”. Che siano in appartamenti in un condominio o case intere da comprare e affittare, sui siti dedicati, le proposte non mancano. Veramente a ogni prezzo. Già oggi, i pochi bonus sulle ristrutturazioni rimasti sono comunque importanti per una rivitalizzazione dell’esistente risparmiando non pochi soldini.
  4. Lavoro. Mercalli ci ricorda che non ci si deve certo fermare ad agricoltura, silvicoltura e turismo, nei Comuni montani. Agricoltura e allevamento, settore primario dunque, sono i forti assi di sviluppo da sempre e lo saranno sempre. Si può telelavorare – come la pandemia ha insegnato. Sono in aumento i makers, gli startupper, le persone che possono mettere la loro attività in piazza San Babila come in via Torino a Balme o sul lago di Ceresole, senza alcuna differenza. Guadagnando in qualità della vita e benessere.
  5. servizi appunto. Nei territori, l’offerta è totalmente da ripensare. Sanità, trasporti, scuole. Su questi tre fronti, va ribadita una cosa: la Strategia nazionale Aree interne ha permesso un ripensamento totale dell’organizzazione in moltissime valli italiane. Occorre esportare quelle buone pratiche e trasformarle in Politiche. È la sfida. Medici di base più presenti, infermieri di comunità, ambulanze e 118 efficiente, i cardini del lavoro sulla sanità. Scuole di valle veramente innovative sono possibili grazie a efficaci sistemi di trasporto pubblico (o privato). Stato centrale e Regioni devono intervenire per colmare i gap e permettere regole ad hoc. Lo scrivono la legge sui piccoli Comuni e la legge montagna 131/2025. Non sempre infatti servono soldi, quanto invece riorganizzazione e ridefinizione delle regole. Manco a dirsi, senza burocrazia.
  6. Attenzione a parlare di fiscalità. La ZES del Sud rischia di annullare ogni questione differenziata fiscale per le zone montane, per i piccoli Comuni, per i borghi. La ZES unica come oggi immaginata rende tutto uguale, aree metropolitane urbane e paesi. Occorre attenzione a domandare “fiscalità di vantaggio”. Approfondimento.

Costruire questo modello di sviluppo locale è particolarmente sfidante in particolare per le Amministrazioni comunali. Ultimo pezzo di questo ragionamento. Appunto. Gli Enti locali. C’è già fermento. Ma alcune cose si possono suggerire:

  1. Mappare le case in vendita o in affitto. C’è chi già si sta adoperando. Con un’analisi dei siti immobiliari che hanno “offerte” relative al proprio territorio, coinvolgendo un’associazione locale a affidando una mappatura. Capire cosa c’è in vendita o in affitto. Primo punto.
  2. Conoscere chi si è trasferito e perché nel Comune e chi se ne è andato negli ultimi cinque/dieci anni. Anche qui, può essere un’associazione per lo sviluppo locale, un consigliere delegato, un incaricato dell’Ente che se ne occupi e faccia un’analisi per capire cosa si muove.
  3. Mai lavorare da soli. Sulla riorganizzazione dei servizi, sulla mappatura degli immobili, sulle opportunità “di lavoro” che ciascun Comune faccia per sé ha poco senso. Va evitato. Si devono gestire queste dinamiche a livello di valle – nelle Alpi e negli Appennini -, insieme. Azioni sovracomunale con gli Enti Comunità Montane e Unioni Montane di Comuni.
  4. Ripensare il patrimonio pubblico. Ci sono migliaia di Comuni che hanno molti spazi, non sempre utilizzati. Ripensarne la fruizione rispetto a nuovi obiettivi può essere una chiave di impegno nuovo verso la comunità. Ad esempio, la costruzione di co-working si può fare utilizzando spazi di biblioteche o altri centri polifunzionali oggi sottoutilizzati. Il co-working nei territori diventa sempre più fondamentale per dare spazi a chi vuole un ufficio vicino a casa, ma non in casa. E a chi vuole mischiare opportunità e soluzioni come il co-working permette. Vale anche per il co-housing, anche se qui è più difficile. Ma stimolante. I “vuoti” dei Comuni possono trovare nuove funzionalità. Per fare impresa e per un incontro tra pubblico-privato come mai oggi vincente (e mai realizzatosi in passato). Per il terzo settore, con innovative “Case alpine del welfare” (o appenniniche).
  5. Mai pensare che il proprio territorio sia già arrivato. In sostanza, il percorso sociale, demografico, antropologico, è un “percorso” appunto. Non ha inizio e non ha una fine. Quando i riflettori si accendono sui territori, come avviene oggi, vanno giocate le carte migliori pensando e operando, vanno individuate soluzioni, consapevoli che il processo non si ferma.
  6. Occorre saper pianificare. Le Storie migliori, dei “laboratori alpini”, i paesi che più hanno fatto per “crescere” e attrarre forze nuove, diventare comunità vive, generare benessere e innovazione, hanno avuto la capacità di pianificare un percorso. Identificare i punti fermi alla base del processo, le risorse, le ricchezze, le teste migliori, le capacità amministrative. Vi è stato un processo manageriale che deriva da una proposta che ha anche un leader identificato e saldo nel tempo, che sa aggregare ed essere inclusivo. Così avviene per i processi difficili e come avviene nelle imprese che hanno successo (una su tutte, Brunello Cucinelli: lui, l’azienda, il borgo, la comunità che vi opera). Semplificare, anche nel coinvolgimento delle persone adatte – nei paesi come nelle aziende -, è un errore e non aiuta.
  7. Occorre che insieme le Amministrazioni locali sappiano puntare all’obiettivo. Se si ritiene che i processi per dotare di infrastrutture i territori non siano adeguati o vadano troppo lenti, si definiscono meccanismi di mobilitazione, istanze collettive che trovino nell’unione di intenti la forza. Mai da soli. Così criteri e numeri minimi di classi e altri servizi. I percorsi di territorio, nell’interlocuzione con le Istituzioni, sono gli unici possibili. Nessuno si salva da solo.
  8. Occorre essere a prova di futuro. La pandemia è passata, il PNRR pure, i bandi pure. La crisi climatica resta. Con la crisi ecologica, con la crisi demografica (da non chiamare spopolamento!). Le risposte che dobbiamo dare su questo fronte, nel quadro del Green Deal europeo ripensato, sono moltissime. E i Comuni montani insieme, i borghi e i paesi, trovano nelle green communities una chiave di impegno e di senso territoriale. A prova di futuro. Pianificano e agiscono insieme lo Sviluppo, come scritto all’articolo 13 della legge 158/2017 sui piccoli Comuni, ovvero nella 221/2015 sulla green economy.

In conclusione, per i borghi italiani abbiamo una prova nel presente. Nell’Oggi. Da Cinecittà oggi. Non è una prova di futuro quella che viviamo. Mai parlare di “ultimi treni da prendere e che passano e non tornano”. La storia racconta che ci sono n possibilità. Ci fermiamo a osservare qualche buon processo di innovazione che sui territorinelle montagne e tra i borghi si sta innestando. Non ci servono però le best practices. Servono le Politiche. Non si parte da zero. Il paese è Paese. Italia. La comunità intelligente che si plasma.