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Il diritto a restare deve diventare una scelta finanziata adeguatamente nel bilancio europeo. Uncem chiede che la Strategia europea “Right to Stay”, prevista all’inizio del 2027, riconosca pienamente il ruolo delle montagne e orienti fin da ora il negoziato sulla programmazione 2028-2034. La richiesta, già avanzata insieme ad AICCRE, è precisa: indirizzare almeno 10 miliardi di euro di fondi europei in Italia alle zone montane, rurali e interne, con programmi territoriali costruiti dai Comuni insieme. Una proposta da portare nelle decisioni europee e nazionali delle prossime settimane. Le dimensioni della questione sono europee. Secondo la Commissione, 149 milioni di persone, circa un europeo su tre, hanno vissuto negli ultimi vent’anni in una regione che ha perso popolazione. Servono risposte capaci di tenere insieme opportunità economiche, servizi pubblici, formazione, trasporti e connessioni digitali. Il diritto a restare riguarda la possibilità concreta di costruire una famiglia, un’impresa e un futuro nei territori.
Il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto, nella sessione del 13 ottobre a Bruxelles, ha incluso espressamente le regioni montane fra i territori interessati dalla Strategia e ne ha collegato la presentazione alla preparazione dei Piani nazionali e regionali di partenariato. Uncem chiede che questo riconoscimento diventi una responsabilità precisa nella distribuzione delle risorse: capitoli territoriali, obiettivi misurabili e partecipazione effettiva delle autonomie locali.
La partita finanziaria è aperta. La proposta della Commissione prevede un Fondo per i Piani di partenariato e gli strumenti collegati da 865 miliardi di euro. Per l’agricoltura sono proposti almeno 293,7 miliardi per il sostegno al reddito e 6,3 miliardi per le crisi. Per le aree rurali è previsto un obiettivo di spesa di almeno il 10%, calcolato al netto delle componenti riservate: nella proposta della Commissione significa almeno 48,7 miliardi di euro nell’Unione. Sono importi ancora negoziali, in parte compresi negli stessi contenitori finanziari. Il 10% rurale deve tradursi anche in investimenti chiaramente identificabili per le montagne.
Il compromesso presentato dalla presidenza irlandese il 10 ottobre propone una riduzione complessiva di 141 miliardi, circa l’8%, rispetto al bilancio della Commissione, mantenendo le assegnazioni nazionali per coesione, agricoltura e pesca. L’obiettivo politico resta un accordo entro la fine del 2026, per completare gli atti legislativi nel 2027 e partire nel 2028. È adesso che si decide quanto spazio avranno i territori.
Per Uncem, il Fondo unico deve consentire di integrare interventi su scuola, sanità, mobilità, abitazione, imprese e gestione delle risorse naturali. Deve riconoscere alle Regioni e alle aggregazioni dei Comuni responsabilità di programmazione e attuazione, sostenendone la capacità amministrativa. Nei territori montani distanza dai servizi, orografia e dispersione degli insediamenti devono pesare nei criteri di finanziamento, insieme al valore prodotto attraverso acqua, foreste, energia e servizi ecosistemici. Uncem ribadisce la necessità di collegare Right to Stay, Strategia nazionale aree interne, Green Communities, Strategia forestale e sviluppo sostenibile, evitando programmi che procedano separatamente sugli stessi territori. Occorre inoltre rafforzare la valutazione degli effetti territoriali delle politiche europee: gli investimenti devono ridurre i divari e rendere accessibili le opportunità anche ai piccoli Comuni. “La montagna deve partecipare alle decisioni e poter contare sulle risorse. Il diritto a restare si misura nei servizi disponibili, nel lavoro creato, nelle case accessibili e nei tempi necessari per raggiungere una scuola o un ospedale. Su questi risultati va costruita la nuova programmazione europea”, precisa il Presidente Uncem Marco Bussone.