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In Francia il 38% dei cittadini prenderebbe in considerazione di vivere in montagna. In Italia il 56% vorrebbe trasferirvisi e il saldo migratorio dei territori montani è positivo, in crescita. In Spagna il 59% di chi cerca casa è interessato a vivere in un piccolo Comune o programma di farlo. I giovani guidano il cambiamento. Ma servizi, sanità, trasporti, lavoro e abitazioni restano decisivi. Uncem: “Non più territori dei margini. Le montagne sono luoghi di vita, di economia, di comunità. Tre Paesi europei indicano la stessa necessità: costruire politiche per abitare e restare”
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Tre Paesi, tre indagini, una trasformazione che riguarda il rapporto tra città, montagne e territori rurali. Francia, Italia e Spagna registrano una crescente attenzione verso i piccoli Comuni e le aree montane come luoghi nei quali vivere, lavorare, costruire relazioni e progetti familiari. Non soltanto territori da visitare, destinazioni turistiche o spazi naturali da proteggere, ma luoghi nei quali abitare stabilmente. È quanto emerge dal confronto promosso da Uncem tra l’indagine francese realizzata nel 2024 da IFOP per ANEM e Banque des Territoires, l’indagine italiana UNCEM sulla “arica dei 100mila”, condotta tra ottobre 2025 e maggio 2026, e la ricerca spagnola Fotocasa Research pubblicata nell’agosto 2026 da EsMontanas.

Le rilevazioni hanno campioni, domande e perimetri territoriali differenti e non costituiscono un’unica indagine statistica europea. Ma convergono su un punto: l’attrattività residenziale dei territori non urbani è significativa e può trasformarsi in nuova popolazione soltanto dove esistono servizi, opportunità economiche e condizioni effettive per abitare.

In Francia il 38% degli intervistati dichiara che andrebbe certamente o probabilmente a vivere in montagna se ne avesse la possibilità: il 13% certamente e il 25% probabilmente. Tra le persone con meno di 35 anni la disponibilità sale al 40%, mentre il 49% ritiene che le condizioni di vita in montagna siano meno buone rispetto ad altri territori. Eppure l’83% degli abitanti montani giudica positivamente il proprio ambiente e la qualità della vita. Il 90% dei francesi considera le montagne una risorsa importante per il Paese, il 73% ritiene che il loro potenziale sia insufficientemente valorizzato e il 75% riconosce che le difficoltà degli abitanti montani sono sottovalutate. Percentuale che sale all’80% tra gli stessi residenti.

In Italia, il Rapporto Montagne Italia 2025 di Uncem, con l’indagine IPSOS, aveva evidenziato che il 56% degli intervistati vorrebbe vivere in montagna. Il Rapporto aveva inoltre registrato un tasso migratorio positivo di circa 10 per mille tra il 2019 e il 2023 nei territori montani italiani. Una dinamica che Uncem con il Consorzio CAIRE ha definito “La carica dei 100mila”, per indicare il nuovo movimento di popolazione verso le montagne alpine e appenniniche, pur in presenza di un saldo naturale spesso negativo.

La successiva indagine Uncem, alla quale hanno partecipato 807 persone, consente di approfondire motivazioni e ostacoli. Il 69% di quanti hanno risposto alla specifica domanda considera la qualità della vita nei piccoli Comuni montani migliore rispetto a quella urbana. Il 61,8% individua nell’accessibilità economica e nella qualità delle abitazioni un fattore di attrazione. Il 47,1% richiama la maggiore sicurezza dei paesi rispetto ad alcuni quartieri cittadini, il 35,8% collega la scelta di trasferirsi al cambiamento climatico e all’aumento delle temperature urbane. Il 47,5% considera le nuove reti digitali un elemento che facilita la possibilità di vivere e lavorare in montagna.

In Spagna, secondo Fotocasa Research, il 59% delle persone coinvolte nella ricerca sul mercato abitativo considera positivamente il trasferimento in un Comune con meno di 10mila abitanti oppure lo ha già programmato. Il 13% prevede concretamente di trasferirsi nei prossimi mesi, contro l’11% del 2025. Il 46% vorrebbe farlo ma non ha ancora pianificato il cambiamento. Tra i giovani tra 18 e 24 anni la quota di chi programma il trasferimento raggiunge il 23%, mentre l’interesse complessivo arriva al 70%. Nella fascia 25-34 anni, la percentuale di chi prevede di trasferirsi sale dal 10% del 2024 al 13% del 2025 e al 16% del 2026. Nella Comunità di Madrid il 17% degli intervistati dichiara di voler lasciare l’attuale residenza per un piccolo centro.

Il confronto europeo rivela una convergenza soprattutto nelle ragioni della scelta. Qualità della vita, abitazioni accessibili, rapporto con l’ambiente, lavoro, servizi e possibilità di conciliare attività professionale e vita familiare sono fattori ricorrenti. Ma non basta dichiarare il desiderio di vivere in montagna. Il problema è trasformare questa aspirazione in un trasferimento reale e duraturo.

In Spagna, il 9% degli intervistati prevede di cambiare lavoro per trasferirsi in un piccolo Comune, mentre il 4% intende continuare a lavorare da remoto. Tra i giovani di 25-34 anni, il 12% programma il trasferimento cambiando occupazione e il 4% attraverso il telelavoro. In Italia, tra i 415 rispondenti alla specifica domanda Uncem, il 35,9% si dichiara disposto a trasferirsi in montagna anche cambiando lavoro, il 30,6% non lo è e il 33,5% non sa rispondere.

Il lavoro, dunque, non è un elemento accessorio. Il neopopolamento non può essere costruito esclusivamente sullo smart working, sulle seconde case o sulla ricerca di tranquillità. Servono imprese, occupazione, filiere produttive, artigianato, agricoltura, attività forestali, servizi e nuove opportunità professionali.

Il dato più rilevante delle tre indagini riguarda tuttavia i servizi. In Francia il 78% degli abitanti montani considera insufficienti accessibilità e mobilità, il 76% i trasporti pubblici e i servizi condivisi, il 76% l’accesso alle cure e ai servizi alla persona, il 71% i servizi pubblici. Il 66% giudica la rete telefonica mobile peggiore rispetto al resto del Paese, il 65% la qualità della connessione internet. Il 59% segnala un peggioramento dell’accesso alla sanità negli ultimi anni e il 56% un peggioramento del costo della vita.

In Italia, tra le 280 persone che hanno risposto alla domanda Uncem sugli ostacoli al trasferimento, il 43,9% teme di non trovare servizi e opportunità, il 27,1% segnala la distanza dal luogo di lavoro e il 21,1% i maggiori costi di mobilità, accesso ai servizi e riscaldamento. Sono difficoltà che incidono direttamente sulla possibilità di stabilire la residenza nei Comuni montani.

Le risposte sulle priorità amministrative sono altrettanto chiare. Il 66,8% dei partecipanti alla relativa domanda Uncem chiede di potenziare i trasporti verso le aree urbane; il 66,2% indica la necessità di investire nei servizi scolastici, compresi pre e doposcuola, attività estive e pomeridiane; il 56,4% propone interventi sul patrimonio immobiliare inutilizzato; il 54,7% ritiene necessario rafforzare il lavoro congiunto tra Comuni per migliorare e digitalizzare i servizi; il 43,5% chiede maggiori attività rivolte agli anziani.

Le risposte francesi e italiane sono particolarmente vicine anche nelle soluzioni. In Francia il 97% degli abitanti montani considera prioritario o importante migliorare la gestione dell’acqua, il 96% la protezione della biodiversità, il 95% la qualità dei servizi pubblici, il 91% l’accesso agli alloggi e il 91% lo sviluppo dei trasporti condivisi. L’89% sostiene lo sviluppo delle energie rinnovabili e la diversificazione economica. Il 72% degli abitanti montani dichiara fiducia nelle amministrazioni locali per accompagnare le trasformazioni future. È un elemento politico di grande rilievo: i cittadini individuano nei Comuni e nelle istituzioni territoriali gli interlocutori fondamentali, ma chiedono loro strumenti, risorse e capacità di intervento.

Le tre ricerche mostrano inoltre che l’attrattività della montagna non può essere separata dalle trasformazioni climatiche. In Francia il 75% degli abitanti montani teme effetti negativi del riscaldamento sulle attività legate alla neve, il 58% sull’accesso all’acqua, il 52% sulle foreste e sulla risorsa legno, il 51% sull’agricoltura e sull’allevamento. In Italia, oltre un terzo dei rispondenti al quesito UNCEM sulle motivazioni del trasferimento individua nel clima urbano un fattore che spinge verso le montagne. Cambiamento climatico e trasformazioni demografiche devono dunque essere affrontati insieme, senza contrapporre tutela ambientale e vita delle comunità.

“I numeri francesi, italiani e spagnoli ci dicono che è necessario cambiare radicalmente il modo con il quale le istituzioni europee e nazionali guardano ai territori montani e rurali”, evidenzia Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem. “Non possiamo continuare a definirli soltanto attraverso le loro carenze, la distanza dai centri urbani, la marginalità o lo spopolamento. Le persone riconoscono il valore di questi territori e molte desiderano abitarli. Ma tra il desiderio e la scelta concreta si collocano la presenza di un medico, una scuola, un autobus, una casa disponibile, una connessione digitale funzionante, un lavoro. La politica deve intervenire precisamente su questa distanza”.

Uncem sottolinea come il confronto con ANEM in Francia e con il dibattito territoriale spagnolo, nel quale opera EsMontañas, debba rafforzare una comune iniziativa europea. Le tre organizzazioni possono portare a Bruxelles una questione condivisa: il diritto di restare e il diritto di scegliere di vivere nei territori montani e rurali, superando politiche esclusivamente compensative. La nuova programmazione europea 2028-2034 e la futura strategia Right to Stay devono assumere questa prospettiva. Non soltanto contrastare la perdita di popolazione, ma sostenere i nuovi insediamenti, rafforzare i servizi essenziali, rendere disponibili abitazioni, promuovere economie territoriali, accompagnare le imprese e garantire un’organizzazione sovracomunale efficace dei servizi.

“La montagna non è il contrario della città. Non è un rifugio dalla modernità, né uno spazio destinato soltanto al turismo. È una componente decisiva dell’organizzazione territoriale europea, della transizione ecologica, della gestione delle risorse naturali, della produzione energetica e della sicurezza ambientale. Per questo serve un nuovo patto tra città e montagne, tra territori che producono servizi ecosistemici e territori che ne beneficiano. Il neopopolamento deve essere accompagnato da politiche pubbliche, non semplicemente osservato nelle statistiche”, precisa Bussone.

Un’ulteriore convergenza riguarda il ruolo delle comunità. In Italia il 59,4% dei rispondenti alla domanda Uncem sull’arrivo di nuovi abitanti considera il neopopolamento un vantaggio anche per le città, perché i paesi montani rappresentano un presidio di territori fragili. Un altro 33,6% lo valuta positivamente a condizione che i trasferimenti siano effettivi e accompagnati da un nuovo lavoro vicino alla residenza. È una distinzione fondamentale tra aumento anagrafico dei residenti e rafforzamento reale delle comunità. Il turismo può favorire la conoscenza dei territori, ma non sostituire una politica dell’abitare. Nell’indagine Uncem il 67,3% dei rispondenti ritiene che l’aumento dei flussi turistici possa incentivare trasferimenti residenziali definitivi. Questo potenziale richiede però una gestione equilibrata, capace di evitare che l’espansione delle locazioni turistiche riduca la disponibilità di case per chi vuole abitare stabilmente.

Dalla Francia all’Italia, fino alla Spagna, emerge una conclusione comune: il futuro delle montagne non si misura soltanto con quanti turisti arrivano, ma con quante persone possono scegliere di restare, trasferirsi, lavorare e costruire comunità. “Le tre indagini – sottolinea ancora Marco Bussone – non descrivono un ritorno generalizzato alla montagna, né autorizzano a considerare superata la crisi demografica. Ci dicono però che esiste una domanda di vita nei territori che le politiche pubbliche non stanno ancora accompagnando adeguatamente. Questa domanda è un’opportunità economica, sociale e istituzionale per l’intera Europa. ANEM, UNCEM ed EsMontañas possono lavorare insieme affinché diventi una priorità delle politiche europee. Non servono nuove etichette per i territori. Servono servizi, investimenti, autonomia degli enti locali, cooperazione tra Comuni e una fiscalità capace di riconoscere il valore prodotto dalle montagne. Il futuro non è nella narrazione dei margini. È nella vitalità delle comunità”.