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LETTERA APERTA

Nei Comuni del cratere la ricostruzione deve accelerare. Dieci anni dopo quell’agosto e quell’ottobre 2016, molto è stato fatto e tanto resta da fare. Uncem ha molto apprezzato il lavoro dei Commissari Giovanni Legnini prima e Guido Castelli oggi, in particolare con il Piano Next Appennino con 1,8 miliardi di euro di Piano complementare al PNRR. Perché i paesi ricostruiti devono essere spazio di vita, di impresa, di socialità, di comunità. Molti Sindaci stanno promuovendo ad esempio la nascita di Cooperative di comunità, di spazi per co-housing e co-working. Ci sono interessanti numeri nei contratti di assunzione attivati. I temi che i Sindaci, con le Associazioni degli Enti locali – Uncem in primis – sottoporranno al prossimo Governo, al Parlamento che nascerà dopo le elezioni del 2027, per le aree colpite dal terremoto sono moltissimi. Le crisi economica, demografica, energetica, ecologica in atto non riducano l’attenzione per le comunità dei paesi terremotati. Sono di fatto le sfide di tutto l’Appennino, concentrate. Ciascuno si impegni per sbloccare quanto si è fermato, per evitare di affossare quei Comuni e farli soffrire nuovamente come e più dei giorni del terremoto. Lavoriamo per una ricostruzione rapida ed efficace dei paesi, dei luoghi, delle comunità, che contrasti fragilità e crisi. Questo il primo punto.
Oggi, 24 agosto, il tempo della memoria si intreccia con quello del bilancio e, soprattutto, delle scelte per il futuro.
Il primo pensiero di Uncem va alle vittime, alle loro famiglie e alle comunità che per un decennio hanno sostenuto il peso umano, sociale ed economico di una delle più gravi calamità che abbiano colpito il Centro Italia. Il decennale deve essere vissuto con rispetto e sobrietà ma rappresenta anche un momento nel quale misurare il cammino compiuto e comprendere quale debba essere la prospettiva dei prossimi anni. Il terremoto ha colpito territori che già prima del 2016 conoscevano fragilità demografiche, difficoltà nei collegamenti e una progressiva riduzione dei servizi. Per questo la ricostruzione non può esaurirsi nella pur indispensabile ricostruzione degli edifici.
Per Uncem il vero salto di qualità consiste nel legare definitivamente la ricostruzione alla sicurezza del territorio. Vale anche per gli eventi del 2009. Uscire da logiche commissariali – dibattito intenso in questi gorni – non appena possibile. Vale per le montagne italiane, non solo del Centro Italia e dei crateri. Frane, instabilità dei versanti e dissesti aggravati dalla sequenza sismica continuano, infatti, a condizionare abitati, infrastrutture e collegamenti. Gli studi geologici, la microzonazione sismica e gli approfondimenti sulle faglie attive hanno consentito di conoscere meglio le fragilità del territorio e di programmare gli interventi di mitigazione necessari. Nei Comuni montani non si può separare la ricostruzione di una casa dalla sicurezza del versante sul quale sorge o della strada che permette di raggiungerla. Intervenire sui dissesti sismo-indotti significa proteggere le comunità, rendere possibili i cantieri e garantire durata agli investimenti realizzati. La prevenzione deve diventare parte strutturale della ricostruzione.
Accanto alla sicurezza, centrale è il tema dei servizi. L’apertura del nuovo Ospedale dei Sibillini Beato Antonio di Amandola rappresenta, in questo quadro, un investimento particolarmente significativo per l’area montana, per l’Appennino. Un modello. La distanza geografica – insistiamo – non può trasformarsi in una disuguaglianza nell’accesso alle cure. Un ospedale moderno e una rete efficiente di elisoccorso rappresentano presìdi essenziali non soltanto nelle emergenze, ma nella scelta quotidiana di continuare a vivere nelle aree montane. La Strategia Aree interne è ferma in troppe aree pilota. Svegliamola, attiviamola, non solo per spendere bene le risorse economiche stanziate e ferme, ma soprattutto per contraddire la logica della norma nazionale uguale per tutti: differenziarie, per la montagna e secondo le geografie, è intelligente e virtuoso. Il principio di differenziazione ce lo insegna il sisma.

Differenziazione vale anche per i Comuni. Non sono tutti uguali. Il terremoto e la ricostruzione ci conducono a un punto: da soli siamo niente. Fragili nei campanili. Insieme siamo Politica. Forse a qualcuno il NOI dei Comune non piace. Perché fa la differenza anche nell’avanzare impegni, istanze, ruolo politico appunto. Soli siamo nelle mani di chi promette contributi e fondi facili. Ai singoli si va più facilmente. Ma non serve. Allora rafforziamo le Unioni montane di Comuni, Enti locali veri, nelle Regioni che già li hanno. Togliamo le Comunità Montane del Lazio dal commissariamento. Serve a niente commissariare un Ente locale per troppi anni. Lo indebolisce. Ripartiamo dalla democrazia che aggrega e supera i municipalismi.

Diamo una strada allo sviluppo. Per un territorio montano una strada significa accesso a una scuola, a un ospedale, a un posto di lavoro. Significa competitività per un’impresa, possibilità di sviluppare turismo, maggiore sicurezza e minore isolamento. Infrastrutture di coesione territoriale. Accorciano non soltanto le distanze chilometriche, ma anche quelle economiche e sociali tra costa e aree appenniniche. I flussi siano al centro del lavoro. Anche quelli ecologici. Sul bosco, sulle foreste dimenticate molto si è fatto. Con Legambiente, Symbola, GAL e BIM abbiamo detto che la foresta gestita genera lavoro, imprenditoria, forza territoriale. Protegge e quel pellet dei Sibillini è un esempio emozionante di cosa si può fare nel bosco gestito. Peccato, gravissimo che il PNRR non lo abbia capito e abbia gettato alle ortiche 1 miliardo di euro per le foreste, prima che il Piano partisse. Una follia politica.
Il decennale del sisma restituisce un bilancio importante, ma con nodi da sciogliere. Alla ricostruzione materiale restano infatti da affiancare risposte strutturali alle grandi questioni dell’Appennino: crisi demografica (togliamo di mezzo una volta per tutte la parola spopolamento!, inutile e dannosa, al pari del “turismo che salva i borghi”, semplificazione eccessiva), invecchiamento della popolazione, rarefazione dei servizi, difficoltà nell’accesso alla casa e minori opportunità per giovani, famiglie e imprese. La priorità dei prossimi anni deve essere completare la ricostruzione, a partire dai centri e dalle frazioni maggiormente colpiti, ma allo stesso tempo rafforzare sanità, scuola, infrastrutture, sicurezza del territorio, connettività (troppe le aree senza segnale telefonico) e condizioni per fare impresa. Il decennale non può rappresentare il punto di arrivo. Deve essere il momento nel quale trasformare l’esperienza straordinaria della ricostruzione in una politica ordinaria e permanente per l’Appennini. Appennino Parco d’Europa, in primis, Aree protette che fanno veramente sviluppo e non solo conservazione e tutela. Sviluppo sociale ed economico delle aree protette. Agricoltura, rinnovabili, investimenti per le comunità, transizione ecologica “desiderabile” perché tocca i portafogli veramente di chi ci vive, dei Comuni e di chi lavora: la comunità presente, melting pot che non ha paura di accogliere chi scappa dalle città troppo piene e senza ascensore sociale, come pure migranti, richiedenti asilo, neri e bianchi. Non ha paura delle religioni e delle culture diverse, perché sa integrare, formare, condividere, dialogare, ascoltare. Vede nel NOI, l’Appennino che ricostrisce a dieci anni dal sisma, il multilateralismo che va oltre le barriere, la persona prima dei confini. Lo insegnano Papa Leone e il Presidente della Repubblica Mattarella insieme. La vera misura del successo non sarà soltanto il numero degli edifici ricostruiti. Sarà vedere, tra dieci o vent’anni, meno vuoti, quante persone avranno ancora scelto di vivere, lavorare, mettere su famiglia e investire in questi territori del cuore verde del Paese. Noi siamo accoglienza, neopopolamento, culture insieme.

Il terremoto è stato un acceleratore di fenomeni sociali ed economici che tutta la montagna italiana (ed europea) sta vivendo. Ma non solo quelli negativi. Deve accelerare quelli positivi. Dialogo, prima di tutto. Sapere che non siamo soli e non siamo isole nell’Appennino dei crateri. Per questo servono interventi veloci e rapidi nei Comuni del cratere, e strategie durature per la rivitalizzazione dei territori alpini e appenninici. La Strategia giusta da applicare in tutto l’Appennino, a partire dai crateri sismici, è quella delle Green Communities. Foreste, Agricoltura, cicli dell’acqua e dei rifiuti, produzione energetica dalle rinnovabili, risparmio energetico. Insieme. Comuni insieme. Per dire in primo luogo che i Comuni non lavorano da soli alla rigenerazione. Forse abbiamo ricostruito tutte le (tante) scuole scuole, che rischiano di restare vuote, quando invece avevamo bisogno, ne abbiamo oggi, di programmazione scolastica per più paesi insieme. Sulle foreste si sta facendo molto, e le imprese sono impegnate positivamente con i fondi del Next Appennino. Le Green Communities non sono Comunità energetiche come qualcuno intende e crede. La Strategia delle Green Communities è la sola possibile per ripensare la montagna appenninica, a partire dai criteri. Ricostruire si, ma sapendo che una nuova economia – e una nuova società – in quei territori è possibile. Vale la pena di chiedersi oggi, con una domanda fatta anni fa dall’amico Ermete Realacci: abbiamo ricostruito tutto dov’era com’era o abbiamo invece ricostruito dov’era e come sarà? Certamente confidiamo nella seconda.

Giuseppe Amici
Presidente Uncem Marche

Lorenzo Berardinetti

Presidente Uncem Abruzzo

Agnese Benedetti
Presidente Uncem Umbria

Achille Bellucci
Presidente Uncem Lazio

Marco Bussone
Presidente Uncem nazionale